La difesa di Livorno del 1849 PDF Stampa E-mail

L’arrivo di Mazzini a Livorno nel febbraio 1849

Marc Sardelli, Difensori livornesi L’arrivo di Mazzini a Livorno, del quale il Governo granducale fino dal 31 gennaio temeva le conseguenze, avvenne all’alba dell’8 febbraio.

Così descrisse l’avvenimento il Corriere livornese del giorno seguente:

All’alba coll’Ellesponto giungeva fra noi Giuseppe Mazzini, l’Uomo odiato da tutti i Governi d’Italia perché puro e incontaminato, e per non aver mai curvato la fronte a taluni liberali d’occasione e di professione. Le campane davano il segnale del suo arrivo nella nostra città, ed il popolo accalcavasi per le vie che doveva percorrere; cento bandiere sventolavano, e le finestre si ornavano di tappeti, una guardia d’onore composta di bersaglieri e di Guardia Nazionale comandata dagli ufficiali Sgarallino e Guerrazzi stabilivasi all’uscio del cittadino Notary, ove il Mazzini ha preso dimora. A mezzogiorno tutti i Circoli di Livorno con bandiere e cartelloni su cui era scritto "Dio e il Popolo", "Viva Mazzini e La Cecilia, nostri Deputati alla Costituente Italiana", si adunavano in piazza; vi concorreva pure lo Stato Maggiore della Guardia Nazionale, vari drappelli della stessa milizia, e dell’artiglieria cittadina ed una fitta moltitudine di popolo di ogni età e di ogni classe. Il numeroso e brillante corteo moveva per via Borra a casa Notary. Lo Stato Maggiore della Guardia Nazionale e tutti i presidenti dei Circoli si sono recati a complimentare l’illustre italiano, che sceso poscia con loro e preceduto dalla banda civica e dalla fanfara dell’artiglieria si è diretto dal Governatore intrattenendosi a colloquio coll’egregio Pigli e poscia è comparso insieme a lui sulla terrazza.

Fragorosi applausi salutarono Mazzini che parlò cercando di rasserenare gli animi, come riferì nel seguito il Corriere livornese:

In Livorno arrivai esule nel 1830 e mi strinsi fratello con quegli uomini che voi innalzaste al potere, conobbi pure Carlo Bini, egregio e distinto italiano, e lo ricordo con dolore perché non è più. Livorno ebbe i miei pensieri sempre, e son lieto oggi di rivederla come la più patriottica città d’Italia. I plausi che a me fate, dirigeteli ai principii ch’io professai, giammai all’uomo. Io debbo farvi una comunicazione a nome del Governo. Il Granduca e tutta la famiglia sono fuggiti (e qui voci di gioia e di festa, e il grido di ventimila cittadini, che tanti ne conteneva la piazza, hanno ripetuto – "Buon viaggio un ostacolo di meno per l’indipendenza d’Italia"); e alle voci di "Viva la Repubblica!", "Proclamiamo la Repubblica!", Mazzini ha risposto Io repubblicano per tutta la mia vita, vi esorto ad attendere l’iniziativa da Roma. La Nazione per mezzo dei rappresentanti del popolo eletti col suffragio universale e con libero mandato farà conoscere le sue volontà….

Nello stesso giorno Mazzini scrisse alla madre riferendole della calorosa accoglienza ricevuta a Livorno:

Livorno, 8 febbraio 1849

Mia cara madre,

due parole appena. Sono a Livorno tranquillo. Fui circondato da ovazioni: guardia civica, banda, bandiere, governo, tutti, tappeti alle finestre, etc. Ho parlato al popolo dal palazzo del Governatore; e ho annunziato io per primo la fuga del Granduca e della sua famiglia ch’era ignota affatto. Il Popolo ha risposto "tanto meglio"; hanno velato le statue del Granduca; cacciati giù gli stemmi, e per ora non c’è altro. Sto bene. Ho ricevuto tutto ieri; Dio vi benedica per tutte le cure, che avete per me. Vi scriverò a lungo e amate il vostro

Giuseppe

Una lettera dell’8 maggio 1849


M. Sardelli, Fortezza Nuova Tra i tanti diari e documenti che riferiscono sui fatti accaduti a Livorno nel maggio del 1849, quando la città si ribellò e resistette agli austriaci, c’è anche la lettera di un toscano sconosciuto che l’8 maggio scrisse a Luciano Bratolommei, fratello di Giampaolo e quindi cognato di Angelica Palli, riferendo con angoscia le notizie che gli erano giunte da Pisa dove si trovavano i reparti austriaci, toscani e modenesi al comando del generale Constantino d’Aspre ormai pronti ad attaccare Livorno:

A Luciano Bartolommei

Ora ti scrivo con l’animo veramente esacerbato: i Tedeschi in numero di 14 mila sono a Pisa, se ne aspettano altri 8 mila. Mio padre fu ieri a Pisa e gli ha veduti. Hanno con loro più di cento pezzi di cannoni grossissimi, equipaggi di ponti, pezzi, officine, insomma tutto il necessario per una vera armata di campagna. D’Aspre alloggia al palazzo del Granduca, ha sotto i suoi ordini il principe Alberto, il generale Walmoden (Nota: Ludovico Walmoden, vecchio generale austriaco quasi ottantenne) e altri generali tra i quali uno di artiglieria. D’Aspre ha pubblicato un proclama con cui annunzia che egli viene in Toscana a stabilire l’ordine e la sicurezza sia pubblica che privata, ch’egli garantisce della disciplina delle sue truppe e spera che i toscani vogliano vedere in lui un amico, un alleato. Lascia il governo toscano a Serristori, ma egli stesso, d’Aspre, prende il comando delle truppe toscane le quali marceranno in avanguardia sopra Livorno. Nella colonna di attacco sarà in testa il reggimento Estense (il duca di Modena è già a Pisa) e dietro i tedeschi. Una deputazione di negozianti livornesi, tra i quali mio zio Manteri, andarono ieri da d’Aspre per rappresentargli che essendo pochi i "tristi" in Livorno essi lo pregavano di risparmiare per quanto potesse il materiale della città. Il generale tedesco si mostrò benissimo informato delle cose di Livorno, disse loro che domani mattina si sarebbe presentato a Livorno tirando subito due o tre cannonate, che aspettava domani per avere almeno 20 mila uomini sotto le mura e così sperava che intimoriti i Livornesi si sarebbero subito arresi. Promise che avrebbe agito più che umanamente, non negò che il solo tiro fatto da una finestra avrebbe bastato perché quella casa fosse spianata dalle sue artiglierie. Le truppe toscane pare che saranno mandate poi in Ungheria! Ma a quei vili sta bene. Si parla di una leva in massa da farsi in Livorno per mandarsi parimenti in Ungheria. Le truppe toscane si erano di già affratellate coi tedeschi ed era veramente doloroso il vedere i nostri abbracciati ai tedeschi, i primi con la medaglia della guerra dell’Indipendenza 1848 e i secondi con la medaglia "Italia Vinta". La città di Pisa gli ha accolti con moltissima dignità. Domani è dunque la fine di Livorno. Quantunque tristi ho creduto darti questi ragguagli che mi ha riferiti Pappà.

Il cattivo carattere e stile attribuiscilo alla stizza e al dispiacere con cui scrivo.

Addio saluti

M.…(cognome illeggibile)

Il diario della giovane Diomira sui fatti accaduti a Livorno nel maggio 1849

Marc Sardelli, Porta S. Marco a LivornoUna ragazza di circa quindici anni, Diomira Cartoni figlia di un possidente livornese, tenne un diario nel quale riferì puntualmente sugli avvenimenti a Livorno nel periodo che va dall’aprile 1847 fino al 26 maggio del 1848. La giovane Diomira, influenzata dall’ambiente famigliare, non era favorevole alle idee liberali ed alla resistenza opposta dai suoi concittadini agli austriaci. La sua testimonianza è comunque preziosa per conoscere non solo i fatti, ma anche lo stato d’animo di chi, conservatore, era di differente avviso rispetto alle iniziative della Commissione incaricata della difesa della città.

Ecco quanto annottò Diomira Cartoni relativamente agli avvenimenti dei giorni dal 5 all’11 maggio 1849:

Sabato 5 - Stanotte è giunto da Lucca D’Apice (Nota: il generale toscano d’Apice era amico della famiglia Cartoni) dal quale sentiamo che la mattina d’oggi deve giungere a Lucca l’avanguardia austriaca. D’Apice, dietro il nostro consiglio e quello di Demidoff, che gli aveva dato una lettera per Serristori, partì per Firenze.

Domenica 6 - Ieri sera a ore 9 giunse in Pisa l’avanguardia austriaca e stamani il resto della truppa è riunita in Massa. È giunto il Barone d’Aspre generale in capite, il duca di Modena, il principe Alberto, figlio dell’arciduca Carlo, e molti altri generali. La città si è convertita in accampamento. Le chiese e le piazze, le strade sono ingombre di materiali da guerra e di cavalli: le case piene di soldati e di ufficiali.

Lunedi 7 - E stata combinata una deputazione di livornesi da presentarsi al Barone d’Aspre, composta di Michel, Angiolo Bastogi, Nicola Manteri, G. More, Hahaner, e Pappà. Introdotti dal Tausch (Nota: Pirro Tausch, canonico di origine tedesca, risiedeva da tempo a Livorno; da non confondere con Giuseppe Tausch console austriaco) furono bene accolti, e spiegarono come i soli stranieri e rivoluzionari toscani, uniti a poca feccia del popolo livornese, per mezzo del terrore comprimevano la buona popolazione, ridotta alla metà per causa della immensa emigrazione. Il generale promise di cercare ogni mezzo per risparmiare la città. Ed a tale effetto fecero venire da Livorno il dì 8 i consoli di Francia, Inghilterra e America, onde tentare di indurre i sollevati di Livorno a cedere.

Mercoledì 9 - Dopo una gran visita fatta dal generale alle truppe, giunsero dei deputati del popolo da Livorno dietro un salvacondotto, ottenuto onde vedessero quanto era inconsiderata l’idea di resistenza, ma questi tornarono a Livorno con la determinata volontà di resistere. Così che la sera stessa partirono da Pisa le truppe e fu dai bersaglieri austriaci presa la posizione fortificata che i Livornesi avevano posta ai Lupi, compreso i due cannoni.

Giovedi 10 - Tutto il resto della truppa col Barone D’Aspre e lo stato maggiore, attaccarono la città a ore 10 e mezza con artiglieria, razzi e granate. Nel primo attacco fu ferito l’aiutante del Duca di Modena. La sera fu sospeso il fuoco, avendo veduto in città inalberare bandiere bianche (Nota: questo fatto non è confermato da altri diari), ma non si presentò alcun parlamentario.

Venerdì 11 - Riprese il fuoco. Fu aperta una breccia tra Porta San Marco e porta Fiorentina, furono forzate tutte le porte e barriere; e da ogni lato, alle ore 10 e mezza l’armata entrava in città. La resistenza, fatta dalle case che avvicinavano le porte o barriere e dalle muraglie delle ville, fece sì che i soldati austriaci, da dove veniva tale resistenza, entravano uccidendo e saccheggiando. Il danno fu forte. La mortalità, sia seguita nella difesa, sia per quelli che, presi con l’arme alla mano erano stati fucilati, si dice ammontasse circa 800 persone, ma la maggior parte dei capi rivoluzionari fuggirono per via di mare. Sembra che la truppa si acquietasse, che la popolazione dimostrasse agli austriaci non voler essergli tanto avversa, tolti i peggiori soggetti, e già le truppe erano in Piazza grande abbivaccate quando a ore 12 circa dal Duomo ed altre case di piazza fu tirato sulla truppa. Questa circostanza poteva essere fatale al nostro Livorno. Infatti cominciarono i soldati, entrando per le case per avere i briganti che avevano fatto fuoco, a derubarle; ma i generali e uffiziali fecero tornare tutto all’ordine: meno che arresti e fucilazioni che si eseguivamo al momento che prendevano uomini armati o indicanti che avessero preso parte alla difesa. Fra le persone più diffamate fu fucilato il Bartelloni.


(Nota: gli apprezzamenti della giovane Diomira quando parla dei difensori come di "briganti" o "feccia" e dell’eroico Bartelloni come di persona diffamata, cioè che non gode di buona fama, nulla tolgono, come abbiamo detto, alla validità storica di questa preziosa testimonianza).

La partecipazione delle donne alla difesa della città nel maggio 1849

Anche le donne parteciparono alla difesa di Livorno nel maggio del 1849 in particolare modo quelle dei quartieri popolari dove più forte erano i sentimenti democratici. Tale partecipazione viene ricordata in alcuni sonetti scritti in vernacolo da Vittorio Matteucci. In uno di questi si dice:

Gruppi di donne con bandiera rossa
correvan da San Marco a Fiorentina
dov’era più la strage e la rovina
chiamavano e’ fratelli alla riscossa.
Le nostre mamme, ‘nsieme all’infermiere,
cercavano ‘e feriti ‘n delle file,
all’assetati davano da bere.

Molte donne livornesi soffrirono nei giorni tragici e confusi dell’aprile-maggio 1849 che precedettero e seguirono l’entrata a Livorno delle truppe austriache, anche della mancanza di notizie sui propri congiunti, perché impegnati senza sosta nelle varie attività di difesa o perché arrestati o costretti ad allontanarsi dalla città senza avere avuto il tempo di darne comunicazione alla famiglia.Tra queste donne vi fu la moglie di Antonio Petracchi, navicellaio e maggiore della Guardia Civica, che abitava col marito nel quartiere "Venezia". A seguito del colpo di stato messo in atto a Firenze dai moderati il 12 aprile 1849, il Petracchi, che comandava il battaglione "Bande Nere, ripiegò con i suoi verso Pistoia. Il 17 aprile seguente, costretto a deporre le armi, venne arrestato dalle truppe regolari e trasferito prigioniero nella capitale toscana. La sua famiglia rimase per qualche tempo all’oscuro di quanto gli era accaduto. Quando ormai Livorno era in mano agli austriaci, la moglie del Petracchi, Teresa, disperata e ansiosa di avere notizie del marito scrisse a Gian Paolo Bartolommei chiedendogli un aiuto. Questi, partecipe dello stato d’animo della donna, interessò direttamente della questione Luigi Fabbri Gonfaloniere di Livorno. Ecco la lettera accorata della signora Teresa Petracchi al Bartolommei:

Livorno 28 maggio 1849

Illustrissimo Signore,

Non avendo notizie di mio Marito da sette giorni fin adesso, e non avendo da chi rivolgermi se no che da Lei Signoria, onde potere sapere qualche cosa del medesimo per rendere un poco conforto alla mia famiglia, che tanto languisce. Ho (oh) Signore! non si può figurare la situazione in cui ci troviamo non avendoci il Capo di Casa. Sicura che la bontà sua vorrà renderci più consolati avvisandoci dove può essere, ho (o) d’altronde ove mi posso voltare. Mi perdonerà dell’ardire che io mi prendo. La saluto attendendo con ansietà tanto io che la famiglia la risposta.

Mi creda Sua umilissima serva

Teresa Petracchi

Il 5 giugno seguente Luigi Fabbri, che si era allontanato da Livorno prima dell’attacco degli austriaci alla città e che vi era tornato subito dopo l’occupazione assumendo di nuovo l’incarico di Gonfaloniere, cioè di sindaco, rispose al Bartolommei:

I replicati uffici dei miei concittadini e degli uomini del Governo mi hanno determinato a riprendere il mio posto, ed eccomi qua a trangugiare l’amaro calice che comunque disgustosissimo è medicina adatta ai nostri mali.

Sento quanto mi dici del povero Petracchi, io sono dolente della sua triste posizione e più della sua innocente famiglia, ma che posso fare a di lui pro. Io non sono uomo che mi nasconda negli affari governativi, ma egli si è mal condotto, né saprei da che parte rifarmi per giustificarlo, nulladimeno se la mia voce varrà qualcosa per il lato della compassione mi adopererò a rendere meno dura la sorte che l’attende….

Livorno 5 giugno 1849
l’aff.mo amico Luigi Fabbri

Al rientro del Granduca Antonio Petracchi fu processato e condannato a 15 anni. La pena gli fu in seguito commutata in quella dell’esilio fuori d’Italia. Il Petracchi si trasferì allora a Marsiglia dove nel 1856 si tolse la vita amareggiato per quanto era successo a Livorno e per il proprio triste destino.

Proclami austriaci a Livorno

L’11 maggio del 1849, non appena gli austriaci entrarono a Livorno, il Generale Costantino d’Aspre comandante del Secondo Corpo d’armata austriaco fece affiggere alcuni perentori e minacciosi proclami. Dichiarò che la città era in stato d’assedio e che il comandante militare era il generale conte Gustavo Wimpffen, fece proibire il possesso di armi da fuoco e da taglio, sciolse la Guardia Civica, dichiarò illegali le riunioni dì più persone e ordinò la riapertura delle botteghe. Con uno di tali proclami abolì l’uso della bandiera tricolore:

Notificazione
I colori della Toscana per la città di Livorno
saranno dal momento della pubblicazione della presente
come prima cioè rosso e bianco.
E’ proibito agli abitanti di Livorno
di portare coccarde o altro.

Livorno 11 maggio 1849
Il Generale d’Artiglieria di SMI e RA
Barone d’Aspre

I fatti del maggio 1849 nei ricordi di Giovanni Fattori e Renato Fucini

Tra i cittadini di Livorno che assistettero ai fatti del 10-11 maggio 1849 c’era Giovanni Fattori, il futuro capofila dei "macchiaioli" toscani. Data la giovane età, egli fu trattenuto dai familiari nella casa di Via del Corso e non poté partecipare alla difesa. Arrampicato sul tetto dello stabile in cui abitava, riuscì ad osservarne le fasi più emozionanti e trasse anche da queste lo spunto per suoi quadri risorgimentali che lo resero celebre nell’età matura. Conservò di quell’avvenimento un ricordo vivissimo, vantandosi per tutta la vita, malgrado la sua ben nota modestia, di essere di Livorno, la città che aveva osato prendere a cannonate gli austriaci.

Un altro artista di talento, lo scrittore e poeta Renato Fucini, ricordò con parole di viva commozione i momenti dello scontro, che visse, sia pure indirettamente, in età infantile dal paese di Montecalvoli con il padre David, medico condotto. I due Fucini, assieme ad altri amici, erano saliti in vetta alla collina per udire i colpi dei cannoni.

Racconta nelle sue memorie il Fucini:

Seduti qua e là, coi gomiti sulle ginocchia e la fronte tra le mani, aspettavamo taciturni e sospirosi la voce funesta del cannone. E quella voce non tardò a farsi sentire. Al rumore della prima cannonata che arrivò sorda lungo la marina, un lampo di speranza brillò sul pallore di quelle facce desolate. Tutti si buttarono in ginocchio a baciare la terra esclamando "Italia, Italia mia!" e rialzatisi, si fusero in gruppo stretto, abbracciandosi piangendo e raccomandandosi a Dio per la salvezza di Livorno. Non so quanto ci trattenemmo lassù; ma certo non partimmo prima che il cannone avesse smesso di far sentire la sua voce. Alle grida di gioia che si erano alzate via via che i colpi si facevano più fitti (dando così speranze di resistenza vittoriosa degli assediati) ai gesti disperati e alle furibonde imprecazioni quando quei colpi si diradavano, tenne dietro un cupo silenzio allorché tutto tacque. Livorno era vinta; un’orda di migliaia di austriaci, armati di cannoni e dei migliori fucili del tempo, avevano sopraffatto quella eroica popolazione...

Due curiose lettere di Enrico Bartelloni

Enrico Bartelloni, certamente uno dei maggiori esponenti livornesi del Risorgimento, fucilato dagli austriaci il 17 maggio 1849, non si accontentava di fare sentire la propria voce a Livorno come guida dei democratici insieme a Francesco Domenico Guerrazzi, ma lui, bottaio, prendeva la penna e con coraggio sosteneva le proprie idee anche fuori della città. La lettera di seguito riportata, al di là degli errori di grammatica perdonabilissimi se rapportati ai nobili sentimenti dell’Autore, testimonia la schiettezza del popolano e quanta passione egli mettesse nel seguire i propri ideali. La lettera, senza data, è diretta a Giuseppe Montanelli che alloggiava presso la "Locanda della Luna" a Firenze. Fu scritta probabilmente tra i primi di ottobre e la fine di novembre del 1848 e si riferisce alla formazione del governo presieduto dal Montanelli del quale faceva parte anche il Guerrazzi.

Stimatissimo Signor Montanelli,

La pregho (prego) di appoggiare le Ragioni del popolo di Livorno e sono queste: chi ha principiato bene deve terminare. Il nostro padre è Guerrazzi e non altri. La prego dunque, pure Lei ci si presti. La saluto di vero quore (cuore).

Enrico Bartelloni

Bartelloni per occuparsi delle questioni politiche trascurava persino il proprio lavoro e i propri interessi personali. Ne è cruda testimonianza questa lettera, senza data, che egli scrisse ad un amico chiamato nell’indirizzo Giuseppe Federigi per chiedere un aiuto economico:

Caro amico,

sono a pregarla di un favore. Di un prestito di lire venti, ma se Tu non puoi guarda almeno di mandarmi uno zecchino perché sono imbarazzato per la pigione di casa. Alla restituzione conta annatale (a Natale).

Ti saluto

L’amico Bartelloni

Canzone Berretto Rosso