Il moto livornese del 1857 PDF Stampa E-mail

Marc Sardelli, Fortezza Vecchia, LivornoMazzini pensava alle élite rivoluzionarie quando nel 1857 decise di dare il via ad un piano che prevedeva lo scoppio contemporaneo di insurrezioni a Genova e Livorno, le città che considerava più pronte alla lotta e più motivate. Contemporaneamente un gruppo di patrioti guidati da Carlo Pisacane, valoroso ufficiale napoletano, che nel 1849 si era distinto nella difesa di Roma, doveva sbarcare in Campania con il compito di sollevare le popolazioni contro il governo borbonico. Partendo da questi tre focolai un’esplosione rivoluzionaria, provocata dal basso, avrebbe dovuto estendersi a tutto il paese.

Nel 1855, dopo la partenza degli gli austriaci da Livorno e a seguito del ritorno dalle prigioni di molti patrioti, nella città labronica era rinata la volontà di impegnarsi per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Nel 1856 i livornesi democratici si erano riuniti in una Società mazziniana con lo scopo di dare concretezza alle loro aspirazioni e organizzare forme di lotta. Essi ritenevano che l’intervento del Piemonte potesse essere determinate nel cacciare i regnanti locali e gli austriaci, ma intravedevano una soluzione finale unitaria basata sulla forma istituzionale repubblicana, da loro giudicata "unico e moderno" sistema di governo. L’esecutivo della società mazziniana livornese era costituito in prevalenza da persone del popolo. Tra i mestieri degli affiliati i più rappresentati erano infatti scalpellini, fornai, navicellai, stagnini, piccoli commercianti.


Nel giugno del 1857, mentre Pisacane si preparava a partire da Genova con un gruppo di volontari votati al sacrificio, Mazzini inviò a Livorno alcuni suoi rappresentanti tra i quali Maurizio Quadrio con l’incarico di preparare l’insurrezione e di assumere il potere in città in caso di successo. Dopo lunghe riunioni tenute in un giardino di via San Benedetto, oggi via Gazzarini, fu deciso che la ribellione avrebbe dovuto iniziare la sera del 30 giugno. I congiurati confidavano molto nel fatto che buona parte dei soldati della guarnigione di stanza a Livorno si sarebbero uniti a loro. Alle 18 e 30 del giorno previsto gruppi di cittadini con una fascia tricolore attorno al braccio, armati di pochi fucili e di qualche sciabola, attaccarono alcuni punti presidiati della città, come la sede del distaccamento di polizia denominata la Gran Guardia in Piazza Grande, e affrontarono gendarmi e ufficiali sorpresi nelle vie. La lotta divampò ben presto e si estese a buona parte della zona situata attorno alla piazza del Voltone e a piazza Rangoni, oggi rispettivamente ribattezzate piazza della Repubblica e piazza Garibaldi. L’allarme, dato dal comando militare con tre colpi di cannone sparati dalla Fortezza Vecchia, mise ben presto in azione molti dei reparti militari di stanza in città che, inquadrati dai loro ufficiali, non poterono fare altro che intervenire per reprimere la ribellione.

Gli ufficiali, per intrappolare gli insorti, diedero ordine di spingerli verso le mura cittadine le cui porte, al segnale di allarme, erano state immediatamente chiuse e presidiate. Una decina di patrioti che si trovavano in via della Pina d’Oro, tra le odierne piazze della Repubblica e dei Mille, quando si resero conto che la situazione evolveva pericolosamente a loro sfavore, cercarono di sottrarsi alla caccia di gendarmi e soldati imboccando via de Larderel ove trovarono rifugio nel palazzo Colò situato di fronte al palazzo de Larderel. Localizzati e accerchiati dovettero alla fine arrendersi. Sette di loro, perché avevano opposto resistenza fino all’ultimo, furono fucilati all’istante lungo il muro dello stesso palazzo Colò per ordine del maggiore Giovanni Traditi comandante del reparto che era uscito, per imbottigliare i rivoltosi in via de Larderel, dal "Reclusorio", un edificio in seguito divenuto casa di riposo Pascoli, situato sui Riseccoli, oggi via Galilei.

I testimoni raccontarono che prima della fucilazione i sette livornesi si comportarono con grande coraggio, lamentando solo di dover morire così giovani senza avere ottenuto il risultato sperato. I loro nomi sono ricordati per sempre, insieme a quelli di altri nove che caddero in quel giorno, in una targa marmorea murata sopra la porta di ingresso del palazzo Colò.

Il 30 giugno del 1857 i livornesi scesero in piazza con lo stesso spirito con il quale Carlo Pisacane e i suoi volontari sbarcarono a Sapri. In entrambi i casi i partecipanti erano ben consapevoli dei rischi e delle scarse possibilità di successo, ma ritennero comunque importante compiere fino in fondo il proprio dovere di rivoluzionari dando l’esempio agli altri italiani.