Livorno nella terza guerra di indipendenza PDF Stampa E-mail

Lettera del Sindaco di Livorno al Prefetto nell’imminenza della Terza Guerra di Indipendenza

G. Fattori, Garibaldini, matita su carta grigia - Galleria d’Arte Moderna, Palazzo Pitti FirenzeNel maggio del 1866, quando era ormai prossimo lo scoppio della Terza Guerra di Indipendenza che si concluse con l’annessione del Veneto all’Italia, i Sindaci di Livorno e Genova decisero di organizzare congiuntamente un reparto di volontari che doveva recarsi a combattere a fianco dell’esercito regolare italiano per l’annessione del Veneto, ancora in mano agli austriaci. Per organizzare tale reparto fu necessario un frequente scambio di informazioni tra i Sindaci delle due Città e i rispettivi Prefetti. Visto che la natura dell’iniziativa richiedeva rapidità di esecuzione, alcune di tali comunicazioni avvennero via telegrafo, altre via lettera. Ecco quanto scrisse in una di tali lettere l’allora Sindaco di Livorno Eugenio Sansoni al Prefetto della Città:

 

Signor Prefetto,

una eletta schiera di giovani livornesi, tra cui primeggia l’onorevole Assessore Anziano di questo Municipio ingegnere Carlo Meyer, si dispone a partire per Genova ove arruolasi il 1° Battaglione bersaglieri volontari per prendere parte alle battaglie della patria indipendenza. La Giunta Municipale nella Sua adunanza della sera decorsa, conoscendo d’interpretare i sentimenti di patriottismo di tutti i suoi amministratori, dichiara di offrire al Regio Governo di provvedere alle spese necessarie per l'armamento di coloro che, nati o domiciliati a Livorno, si arruoleranno nel 1° Battaglione dei bersaglieri volontari che si forma in Genova, stanziando all’uopo la somma di lire 8 mila prelevabili dalla Massa di Rispetto. Se questa somma risultasse insufficiente sarà provveduto ad altre assegnazioni…..

2 giugno del 1866

Il Sindaco di Livorno
Eugenio Sansoni

All’arrivo a Genova del reparto dei livornesi il loro comandante Carlo Meyer pieno di entusiasmo telegrafò al proprio Sindaco a Livorno: Arrivati, popolo plaudente, alloggiati magnificamente!

Un valoroso livornese a Lissa

La Terza Guerra di Indipendenza ebbe il suo eroe livornese: il capitano di fregata Alfredo Cappellini comandante della cannoniera corazzata Palestro sulla quale morì a trentotto anni insieme a tutto l’equipaggio nel corso della battaglia navale di Lissa.

Il 20 luglio 1866 la Palestro si trovava nella linea di fila delle navi italiane comandate dall’ammiraglio Persano che affrontò la squadra austriaca al comando dell’ammiraglio Teghetoff vicino a Lissa, piccola isola dell’Adriatico situata nell’arcipelago dalmata non lontano da Spalato.

Nel corso dello scontro, che si risolse, malgrado le attese di tutti gli italiani, a favore degli austriaci, la nave comandata da Cappellini ricevette un colpo di cannone che provocò un violento incendio ai depositi di carbone. Per tentare di domare la pericolosa situazione il comandante livornese decise di allontanare la Palestro dal luogo nel quale la mischia era più violenta. Ai comandanti delle navi inviate in suo soccorso rispose che la propria nave era in grado di domare l’incendio da sola. Quando vide però che la situazione, malgrado gli sforzi compiuti, si faceva disperata, ordinò di allagare i depositi munizioni e chiese all’equipaggio di mettersi in salvo, ma nessuno si allontanò dalla nave preferendo lottare per salvarla seguendo l’esempio del comandante. Il fuoco durò fino alle due e mezzo del pomeriggio quando, non essendo i depositi ancora completamente allagati, la Palestro saltò in aria portando con se, oltre al comandante, quasi tutto l’equipaggio. Ben pochi infatti riuscirono a sopravvivere, tra questi un solo ufficiale.

Si disse che il comandante Cappellini avesse scelto volontariamente di morire e avesse accettato di fare morire i propri marinai piuttosto che lasciare la nave. Così fu riconosciuto anche nella motivazione della medaglia d’oro che gli venne concessa il 1° agosto seguente. In seguito é stato dimostrato che il comandante Cappellini fece ogni tentativo per salvare la propria nave, ma che il suo comportamento non deve essere considerato la causa di un suicidio di massa. Una versione dei fatti questa meno leggendaria, ma che nulla toglie al valore disperato del Cappellini e dei suoi bravi marinai. Piuttosto dimostra che, sull’esempio del comandante livornese, tutti fecero ciò che era possibile per adempiere con onore al compito loro affidato.

Livorno per ricordare Alfredo Cappellini ha assegnato il nome del valoroso comandante al proprio Istituto Nautico.