I "carabinieri" livornesi, volontari garibaldini, si distinguono a Mentana nel 1867 PDF Stampa E-mail

Luigi Donolo, Berretto GaribaldinoNell’estate del 1867 agli appelli di Garibaldi per Roma capitale Livorno rispose con i fatti. Repubblicani appartenenti alla "Società Democratica Unitaria" cercarono soldi per comprare armi da mandare nell’Agro romano. In molte case private si cominciarono a costruire munizioni. Così in piazza del Logo Pio a casa del repubblicano Corrado Dodoli e in via Corso Reale a casa di Alceste Alemà. Per coordinare concretamente le varie attività si costituì anche un "Comitato di provvedimento" con a capo Serafino Morteo della "Fratellanza Artigiana" del quale facevano parte tra gli altri Giovanni Marchi e Oreste Franchini. Tale Comitato, attraverso un manifesto pubblicato il 24 ottobre, chiese ai livornesi che non potevano offrire la vita per la causa santa di dare almeno una parte dei propri averi. Anche la Massoneria, che a Livorno aveva una grande tradizione patriottica, si adoperò attivamente per raccogliere armi e soldi. La loggia "Nuova rivoluzione" fu particolarmente attiva.

 

Un comitato segreto formato da massoni che già dal tempo di Aspromonte avevano preparato armi, si mise a disposizione del "Comitato di provvedimento". Le loro armi, che erano conservate a Follonica nascoste in casa di Nicola Guerrazzi, furono ritirate con una operazione organizzata da Giovanni Marchi e il loro trasferimento a Roma avvenne via mare con la tartana L’Avvenire. La nave, dopo aver trovato per alcuni giorni ridosso a Civitavecchia a causa del cattivo tempo, riuscì infine, senza destare sospetti, ad approdare a Fiumicino dove il carico fu consegnato ad un intermediario livornese.

Jacopo Sgarallino, veterano di tante battaglie, in attesa che Garibaldi riuscisse a fuggire da Caprera, preparò una spedizione di circa cento volontari e con la nave Santo Stefano partì da Livorno il 6 di ottobre 1867. La piccola nave naufragò purtroppo all’altezza di Baratti a causa del cattivo tempo, ma il piccolo reparto di livornesi, denominato da quel momento Banda del naufragio, riuscì comunque, dopo molte peripezie, a raggiungere l’Agro Romano attraverso la Maremma.

Il 17 ottobre Carlo Meyer con 63 giovani volontari, tanti quante erano le carabine acquistate dal Municipio per la società livornese di tiro, si imbarcò sulla piccola nave Garibaldi che salpò da Livorno diretta verso la marina di Grosseto. Una cannoniera italiana in perlustrazione fermò la Garibaldi poco fuori dal porto e, attenendosi a precisi ordini governativi, arrestò tutti i volontari trasferendoli poi nella Fortezza Vecchia. I componenti della associazione "Fratellanza artigiana" venuti a conoscenza del fatto decisero di riunirsi in seduta permanente fino a che i volontari non fossero stati rilasciati insieme alle loro armi e inviarono, per dare notizia della ferma decisione, una loro delegazione dal prefetto. Costui, in grave imbarazzo, chiese l’intervento di Michele Palli che faceva allora funzione di sindaco. Tuttavia nessun passo avanti venne fatto perché il sindaco Palli in quel momento si trovava fuori Livorno. La "Fratellanza artigiana", visto che il prefetto non prendeva decisioni, decise allora di convocare un comizio popolare per il giorno 18 ottobre. Dopo lunghe trattative si concordò infine tra le parti una soluzione che accontentava tutti: le armi sarebbero tate restituite al Municipio essendo di sua proprietà. A Livorno intanto la gente protestava e si domandava perché da Firenze i volontari potessero partire per Terni, ma dalla città labronica no.

Il 25 ottobre anche i soci dell’"Accademia dei Floridi" che dal 1848 aveva sede nel teatro San Marco, chiese l’uso di un teatro più grande per potere organizzare un comizio a favore dei volontari.

C’era sempre più bisogno di soldi per sostenere l’impresa e il "Comitato di soccorso" organizzò una raccolta. A molte sovvenzioni di privati cittadini si aggiunsero quelle raccolte dalla "Società democratica" per interessamento di Santini Carlo, Alemà Alceste e Baroni Marco che furono in seguito tra i combattenti a Mentana, e inoltre le quote raccolte dalla "Fratellanza Artigiana", da 16 impiegati del Municipio, dai Fratelli Orlando fra gli operai del Cantiere e dalla Loggia massonica "Anziani Virtuosi" per mezzo di Francesco Andreani.

In quei giorni Garibaldi progettava la fuga da Caprera. Con i denari del patriota e massone Adriano Lemmi fu preparata una imbarcazione per trasferire il Generale sul continente. Dopo una rocambolesco viaggio da Caprera alla Maddalena reso possibile dall’aiuto della figlia Teresita Canzio, Garibaldi, eludendo la vigilanza delle navi che controllavano le coste nord orientali della Sardegna, fu preso sulla piccola imbarcazione venuta da Livorno e accompagnato fino a Vada da dove con un barroccio giunse in città ricevuto in casa Sgarallino mentre era presente solo la vecchia madre. Garibaldi fu ospitato in quella casa nella notte tra il 19 e il 20 di ottobre e la mattina dopo partì per Firenze. Intanto il giorno 21 ottobre le carabine del tiro a segno tornarono con un sotterfugio in mano al fratello di Carlo Meyer che poté così spedirle a Campiglia dove lo stesso Carlo Meyer già si trovava.

Il 22 di ottobre Garibaldi era già in viaggio tra Firenze e Terni su di un treno speciale accompagnato da un colonnello dell’Esercito e da alcuni aiutanti che indossavano la divida rossa. A Firenze il giorno precedente aveva avuto luogo una dimostrazione popolare sotto le finestre del ministro Rattazzi. Questi aveva affermato che Roma doveva essere presto la capitale d’Italia e aveva chiesto però di avere fiducia nel governo. In quelle ore, malgrado le parole di Rattazzi, il governo di Firenze proclamò disciolti i "Comitati di Soccorso" e di "Provvedimento" definendoli sovversivi e diede ordine ai prefetti di procedere.

I "carabinieri", così venivano ormai chiamati a similitudine dei genovesi anche i volontari livornesi agli ordini di Carlo Meyer, fallito il trasferimento via mare si organizzarono in gruppi per raggiungere Terni. Alcuni presero la ferrovia per Firenze, altri si avviarono per strade interne per eludere la vigilanza, questa volta esercitata dai carabinieri propriamente detti cioè quelli "Reali". Quasi tutti i volontari durante il viaggio si trovarono in difficoltà per mancanza di denaro e di vestiario, vista la fretta della partenza, ma alla fine si riunirono a Terni. Lo spirito che animava i volontari livornesi in quella circostanza emerge chiaramente da una delle lettere che uno di loro, il giovane ventunenne Oreste Paccosi, scrisse al padre:

Carissimo Padre

Quando leggerai questi versi io sarò molto lungi da te. Un tempo quando la gioventù era chiamata dalla patria per difenderla dallo straniero i genitori stessi incoraggiavano i loro figli con detti magnanimi. Ora tocca ai figli a incoraggiare i loro genitori. Colpa dei tempi che nati sotto governi tiranni mal si conosce ancora quanto importi avere una patria libera e indipendente. Dirotti dunque che io sono partito perché mentre si porge la rara occasione d’impugnare un’arme in pro della patria e che tutta la gioventù italica corre animosa sui campi ove si decideranno le ultime liti contro lo straniero, io non potevo, non doveva in nessun modo restarmene costà.

Dunque rassegnazione, ricordati che prima di avere dei figli avevi una patria, quanto a me se tornerò potrò dire anch’io di aver fatto il mio dovere e me ne starò lieto e tranquillo; altrimenti sarò morto per la causa più sacrosanta e sarà la morte la più gloriosa, perché cosa havvi di più bello, di più divino per un uomo onorato di dar la vita per la salute della patria? Ricevi un abbraccio e tanti saluti dal tuo per sempre

Affe.mo Figlio
Oreste

Da questo momento gli avvenimenti incalzano. Il reparto dei "carabinieri livornesi" si mette in marcia per Poggio Mirteto e poi per Tivoli e Monterotondo da dove i garibaldini scorgono in lontananza il cupolone e dove accendono grandi fuochi affinché da Roma possano scorgere la loro presenza. Il 2 novembre i livornesi entrano a Monterotondo, già conquistato con molto sacrificio dai garibaldini, e osservano che il paese è deserto e le case sono crivellate dalle pallottole dei fucili e dai colpi dell’artiglieria. Il loro spirito combattivo aumenta quando il mattino del 3 vedono Garibaldi a cavallo con Fabrizi e Menotti, ma non hanno molto tempo per i commenti, in quelle stesse ore infatti i garibaldini si mettono in marcia verso Mentana. Garibaldi, saputo dell’arrivo dei francesi ha deciso di passare all’azione. E’ domenica e la gente di Mentana osserva il passaggio dei volontari con curiosità.

Il combattimento sostenuto dai giovani garibaldini livornesi è breve. Dopo una vivace resistenza contro forze nettamente superiori e meglio armate composte da papalini e francesi armati con i nuovi fucili "Chassepot", dovettero ritirarsi e asserragliarsi nel castello di Mentana. In quella fase i "carabinieri" livornesi restarono in retroguardia a proteggere le spalle degli altri reparti. Nelle loro file ci furono morti e feriti compreso il capitano Meyer colpito ad un braccio. I "carabinieri livornesi" furono costretti infine a ripiegare nel castello di Mentana, mentre in una vicina chiesetta vennero raccolti molti altri feriti tra i quali lo stesso Carlo Meyer ed altri livornesi. La mattina seguente gran parte dei feriti livornesi furono catturati dai francesi e trasportati all’ospedale di Santo Spirito a Roma passando attraverso Porta Pia. Qualche giorno dopo all’ospedale di Santo Spirito arrivarono Ulisse Nardini e Enrico Chiellini, due livornesi inviati dal Municipio ad assistere i feriti ed organizzare il loro ritorno che avvenne riportando in città prima i feriti più lievi e poi i più gravi.

A Livorno intanto le notizie sulla sconfitta di Mentana erano state accolte con grande apprensione. Molti temevano per i propri cari dei quali non avevano avuto più notizie. Neppure l’arrivo via ferrovia dei primi reduci valse a riportare in molti la tranquillità, perché questi non erano informati sulle ultime vicende legate alla difesa di Mentana. Il Municipio alla vista di tanti reduci e feriti bisognosi di aiuto chiese al questore di approvare finalmente lo stanziamento 5.000 lire a suo tempo deliberato per assegnarlo al "Comitato di Soccorso", ma la richiesta fu ancora un volta respinta con la giustificazione che tale comitato, dichiarato sedizioso, era stato sciolto ed i suoi componenti denunciati all’autorità giudiziaria.

Enrico Chiellini mandò da Roma frequenti rapporti sullo stato dei feriti e sulle condizioni dei prigionieri agevolando come poté il loro ritorno.

I caduti livornesi a Mentana riposano nel cimitero dei Lupi a Livorno. La città di Mentana però onora ancora la memoria di tre volontari livornesi che presero parte alla campagna dell’Agro romano e le cui spoglie non fecero più ritorno. Si tratta di Egidio Boni di 21 anni, di Silvestro Paci di 17 anni e di Pietro Costa di 20 anni. Valorosi e intrepidi, purtroppo neppure da morti poterono fare ritorno nella loro città natale.